L’animazione che non ti aspetti

Quando mi trovo a parlare di lungometraggi animati con qualcuno mi rendo conto che la stragrande maggioranza delle persone li associa immediatamente e soltanto ai cartoni animati commerciali. Di questi buona parte pensa all’animazione 3d, ai prodotti targati Pixar e Dreamworks. I più nostalgici ai classici Disney. I più colti a Hayao Miyazaki, Tim Burton, Mamoru Oshii o Sylvain Chomet.
Eppure il film di animazione ha una storia alle spalle notevole e niente affatto legata alla sola formula, diciamo più o meno classica, del cartone animato. E’ spesso una forma d’arte nel senso più alto della parola.
Ed è per questo che ho deciso di scrivere un piccolo excursus proprio su quei lungometraggi e mediometraggi di animazione dimenticati nel corso del tempo, sconosciuti ai più pur trattandosi di capolavori. Insomma, proprio quell’animazione che non ci si aspetterebbe di vedere.

Il Racconto dei racconti – Yuriy Norshteyn

Ed iniziamo proprio con il miglior film animato di tutti i tempi.
No, non si tratta di una mia personale ed arrogante definizione, ma del titolo che il Racconto dei racconti di Yuriy Borisovich Norshteyn ha vinto nel 1984 e nel 2002, pur restando un’opera pressoché sconosciuta e non solo in Italia.
Si tratta di un mediometraggio animato russo del 1979, realizzato attraverso diverse tecniche di animazione e découpage.
Il Racconto dei racconti è un flusso, che associa un’immagine ad un’altra immagine, un’idea ad un’altra idea. Ci trasporta per rievocazioni suggestioni oniriche ricordi trasformazioni immaginifiche, materia privata ed intima del suo autore ma al contempo fiaba universale. E’ la vita di una persona che rappresenta le vite di ciascuno.

Il Racconto dei racconti, appunto, laddove un tempo c’era il Cantico dei cantici.

Osservatore e filo conduttore di queste scene è un lupacchiotto, perso in un mondo in cui ormai per lui è impossibile adattarsi, figura del folklore che assieme è lo spirito del popolo contadino russo e la memoria dell’infanzia perduta di Norshteyn. Ma in qualche modo elemento con connotazioni spirituali, un domovoj della tradizione, ovvero lo spirito protettore del focolare in un mondo che mano a mano va perdendo la sacralità.
Ma il capolavoro di Norshteyn non è un film da comprendere, è un film da sentire, dove i libri di poesie si trasformano in bambini, i tori saltano la corda e gli uomini scompaiono per andare al fronte durante un ballo di tango.

 

Possibilità di dialogo – Jan Svankmajer

Invece Jan Svankmajer non è un nome così sconosciuto, il maestro dell’animazione cecoslovacca è ricordato sopratutto per la sua personalissima versione di Alice.
Ma in questo caso vorrei parlarvi di un altro suo mediometraggio, Možnosti dialogu (ovvero Possibilità di dialogo) del 1983, un lavoro più complesso e molto meno conosciuto.
Svankmajer in esso dà vita ad oggetti di tutti i giorni (e alla carne) per rappresentare le interazioni possibili attraverso tre scene e temi: Dialogo infinto, Dialogo estenuante, Dialogo appassionato.

Fusioni, disgregazioni, scambio di materia, assemblaggio, per rappresentare l’uomo e l’avanzamento di una fase della civiltà che ci conduce dalla differenziazione all’uniformità.

Una pièce che urla tutta la sua tragicità attraverso il grottesco.

 

Le Avventure del Principe Achmed – Lotte Reiniger

Saltiamo indietro di oltre mezzo secolo per soffermarci ora su una donna, che ha realizzato il più antico esempio di cinema d’animazione rimastoci. E’ infatti nel 1926 che Charlotte “Lotte” Reiniger, che da una passione d’infanzia per le ombre cinesi inventa un metodo di animazione, dà vita a Le Avventure del Principe Achmed, anticipando di oltre un decennio Walt Disney.
Questo film nasce fondamentalmente come un esperimento, animando in stop-motion delle silhouette di carta in 300.000 singole inquadrature.

Ma entra da subito nella storia del cinema cambiandola per sempre.

Colpisce vederlo ai giorni nostri, la tecnica di animazione simile ad un teatro di burattini, unita alle tematiche tratte dalle Mille e una notte, creano un incanto senza tempo, stupiscono e rapiscono in modo quasi ipnotico pure a distanza di quasi un secolo.

 

Street of Crocodiles – Quay Brothers

Passiamo da un estremo all’altro, per epoca e tematica, ed andiamo ai cosiddetti Quay Brothers, i gemelli Stephen e Timothy Quay. Stiamo parlando di un nome quasi mitologico della stop-motion e al contempo di una visione particolarmente difficile e disturbante a cui approcciarsi.
Street of Crocodiles del 1986 è probabilmente il loro mediometraggio più famoso e, a parere personale, la summa della loro poetica.

Siamo in un vero e proprio reame, fatto di bambole, meccanica e decandenza.

Un reame però simile ad una scatola chiusa, fuori dal tempo e dallo spazio, a cui gli abitanti sembrano imprigionati tragicamente. In cui gotico e vittoriano si sposano con un surrealismo freddo e kafkiano, l’oggetto di Svankmajer perde l’elemento spiccatamente grottesco e sarcastico e perde una storia/funzionalità precedente ed assume alla base una rigorosità fredda e misterica. Tutto è un marchingegno, di cui talvolta è molto difficoltoso capirne le regole ma che non prevede nulla di dettato dal caso. Un marchingegno a molla che si attiva/ha vita tramite un impulso esterno (in questo caso lo sputo).
Sarà difficile tracciare la rotta attraverso l’universo cupo e feticista dei Quay, e lascio a voi il compito di decifrare le allegorie innestate in ogni scena, ma vi consiglio vivamente di perdervici e lasciarvi contagiare dalle sue atmosfere tardo-romantiche.

 

Baron Prásil – Karel Zeman

Immaginatevi ora un film in cui Georges Méliès incontra i disegni di Gustave Doré.

Un film che ha ispirato Terry Gilliam e che vive di un incontro straordinario fra classicità e sperimentalismo, fra produzione povera e sfarzo immaginativo.
Questo è Baron Prásil (meglio conosciuto come Le favolose avventure del Barone di Munchausen) del cecoslovacco Karel Zeman, un film del 1962 diviso fra tecniche di animazione (principalmente live action e a passo uno) e riprese reali.
Un mondo magico e barocco animato da fantasie oniriche ed incredibili come il suo protagonista.

 

Il pianeta selvaggio – René Laloux

Concludo, e in bellezza, con uno dei film d’animazione che amo di più. Il pianeta selvaggio, anno 1973, è figlio dell’incontro fra due geni, il regista René Laloux e quel grandissimo provocatore che è Roland Topor.
I due delineano un intero mondo (Ygam) dove gli uomini (Om) sono animali da compagnia dei Draag, costruendo i meccanismi della società Draag con complessità e dovizia rari.

Ma è sopratutto l’ecosistema, assieme paesaggio e creatura vivente, a sconvolgere e a rapire.

Una presenza costante ed invasiva, prepotente e spettacolare.
In questo percorso fra le animazioni più particolari, Il pianeta selvaggio forse risulterà essere il film apparentemente più tradizionale ed adatto a tutti, ma la complessità visiva ed immaginifica ne fa un capolavoro d’arte che davvero consiglio di vedere.

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