L’ondata (sonora) di nostalgia per trentenni

Youtube, pomeriggio noioso. Comincio una pigra ricerca di musica nuova, navigando da un video all’altro in base a quanto mi attira l’anteprima.
Mi cade l’occhio su questo disco, arancione e blu acido che delineano il profilo stilizzato di un volto che proietta la sua ombra di fronte a sé, quasi a sdoppiarsi.
Com Truise – Dreambender.

Il nome è un tocco di classe, innegabilmente.
Avvio la riproduzione pensando con simpatia che la cover dell’album mi ricorda quella di Loops from the Bergerie degli Swayzak, disco che ho comperato a scatola chiusa per il solo fatto che la copertina mi piaceva, e che ho amato sin dal primo ascolto.
Speriamo bene.
Parte il basso, cupo ed espanso, sonorità vagamente new wave.
Batteria elettronica, semplice e ben scandita.
Poi arrivano i synth, e accade l’inferno.
Vedete, quello che riesce a fare Com Truise (al secolo Seth Haley) con Mac, sequencer ed effetti, è un incredibile intreccio di generi che va dalle atmosfere new wave alle jingle delle Keygen crack, dalla 8bit al minimalismo elettronico, dalla psichedelia al synthpop, dal circuit bending alle cupe atmosfere post-punk.
Il signor Haley, californiano, è all’attivo da circa tre anni nell’ambiente indipendente con un contratto alla Ghostly Records. In passato si è occupato di drum’n’bass e dubstep, ma ha trovato la sua dimensione nella chillwave.
Comunque, sprofondo nell’ascolto di In Decay, album del 2012, e la mia sete trova soddisfazione.

Com Truise è effimero e compatto, il suo punto forte è sicuramente la misura che riesce a impartire alle forme sonore che crea. Quando parlo di forme intendo proprio geometrie.

Al fresco vuoto echeggiante dei suoi pad, sulle prime quasi stonati e casuali, si aggiunge il calore di quadrasynth bagnati, modulati, sfaccettati, ed improvvisamente la sovrapposizione degli strumenti diventa una melodia dolceamara, poetica e finalmente definita.
Così, Dreambender, che parte con un basso tale da sembrare uscito dai Joy Division, diventa nel giro di qualche secondo un malinconico ma luminosissimo motivetto psichedelico.
Lo stesso vale per Colorvision, dove un crasso, gocciolante synth imparte il ritmo per le espansioni di un sine brillante e ostinato, e da densa e monocromatica la canzone diventa uno sfarfallio di luci colorate.
Altra piccola meraviglia è Stop, che invece rimanda all’elettronica tedesca minimale degli anni Settanta, scaldata però da un pad narrante che dialoga con uno caleidoscopico oscillatore che ricorda addirittura i Silver Apples.

Mi approprio, in conseguenza alla scoperta di un così bel disco, anche dell’album di esordio, Galactic Melt (2011): un giacimento di elettronica e non solo, in dieci pezzi.
Qui, di tanto in tanto, il mio orecchio coglie citazioni di melodie dei Chromatics, strano a dirsi, perfettamente integrati col loro colore opaco e intimista con la sgargiante e primitiva rudimentalità di quel pazzo che è Binaerpilot.
Brokendate, altro vagare di una emozione ossimorica come la nostalgia di casa, che si scioglie da tristezza dovuta alla lontananza in caro ricordo, quel synth strampalato che continua a cambiare da modo maggiore a minore, rendendo perfettamente l’ineluttabilità di certi stati d’animo.
Un disco che è “una canzone di ghiaccio e fuoco” (per citare una serie televisiva che sta spopolando), tutto calibrato dall’apollineo equilibrio del gusto del Truise.
VHS Sex o Hyperlips sono inni odierni all’epopea dei Kraftwerk di Man Machine, Glawio una esperienza che ricorda certi capricci degli Autechre.

Giusto per prendermi una rivincita su Pitchfork.com e la sua recensione su Com Truise, non è affatto vero che il tentativo di Haley di creare musica “da viaggio” è fallito.
Com Truise non cerca la strada facile dell’effetto per stupire e colpire, non cerca di essere sensazionale, ma di ricostruire la sensazione.
Quasi tattilmente direi.
Non esplode mai, è vero, ma non è quello il suo scopo.
La nostalgia per oscillatori e synth che è alla base della sua ricerca abbraccia perfettamente una poetica intimista contemporanea senza caricature di sorta.
Haley adopera quei suoni freddi e sintetici tipici della seconda elettronica per trasformarli in calde scenografie emotive, dove dar luogo ad uno spettacolo interiorizzante, giocoso per certi versi quanto drammatico per altri.
Fa di quegli elementi minimi una costruzione barocca ma misuratissima che accoglie il sentimento del caso per raccontarlo con il sintetismo eccentrico di un profeta bambino, che suggerisce, dice, ma non cerca il dogma.
Riempie occhi e orecchie di visioni di panorami meravigliosi, laggiù al lontano orizzonte, dove incantate città giocattolo mai raggiungibili vedono succedere cose strane e strabilianti, dove tutto somiglia a qualcosa ma non è così come lo hai conosciuto.
Vi sfido ad ascoltare la sua musica passeggiando per la strada, senza che tutto si trasformi in uno insolito, inafferrabile, gigantesco e colorato videogioco.

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