Vari modi di affrontare la complessità

Sono convinto che la contemporaneità sia spesso caratterizzata dalla semplificazione. E’ un aspetto che credo possiamo riscontrare ogni giorno: i social, il marketing, i modelli di espressione e comunicazione, il modo di porsi, la fruibilità delle interfacce, tutto è teso ad una semplicità finale, al farci sentire a nostro agio, all’immediatezza, all’essere diretti, alla user experience.
E’ una peculiarità, spesso un aspetto notevole. Ma nell’arte non tutto è semplice. Come il nostro sentire, questa si muove anche in territori complessi e contraddittori, interrogandosi e confrontandosi con ambiti difficili, incogniti, nebulosi.
Ho voluto dedicare questo articolo ad alcune opere d’arte che cercano di addentrarsi proprio in questi territori ignoti. Ecco a voi quindi alcuni modi di affrontare la complessità.

 

La modernità non ricorda più cosa sia l’innocenza

Stalker – Andrei Tarkovskij

Stalker Tarkovskij
Sulla carta, Stalker dovrebbe essere un film di fantascienza. La Zona è un terrotorio recintato dove, a seguito di un non chiaro evento extra-ordinario, le leggi della fisica agiscono in modo innaturale. Uno scrittore ed uno scienziato si rivolgono ad uno stalker, ovvero una guida abusiva, per raggiungere una stanza all’interno di esso, che si dice avveri i desideri più intimi e nascosti.
La cosa più evidente, però, è che l’allestimento non ha nulla a ché fare col genere. A differenza del suo Solaris, che pur non essendo un film di genere manteneva un impianto scenografico tradizionalmente fantascientifico, qui Tarkovskij sceglie di riprendere in ambienti naturali senza l’uso di effetti speciali. Infatti, se non fosse per il continuo lanciare dadi dello Stalker (unico modo per muoversi in questo territorio non lineare ma spiraliforme, un percorso non diretto ma indiretto), noi vedremmo fondamentalmente tre persone camminare in fila indiana in un bosco.
La scelta non è casuale naturalmente, tantomeno dovuta ad una scarsità di budget. Tarkovskij cerca una fantascienza mimetica, di concetto, una fantascienza che paradossalmente faccia immedesimare.
La fantascienza è il suo strumento (quasi solo un contenitore) per poter affrontare una riflessione particolarmente complessa, una riflessione sull’uomo moderno e sul senso della vita.
Nella Zona i due ospiti sono obbligati ad avere solo un soprannome, il Professore e lo Scrittore (ma allo stesso modo lo Stalker, ovvero l’Inseguitore), perdendo il loro nome proprio assurgono a categorie universali della modernità. Due vie opposte le loro, certo, ma concettualmente identiche nel nichilismo, che si confrontano, attraverso un viaggio catartico, con un senso mistico oramai perduto, ma anche con una sorta di ingenuità (e forse innocenza e purezza) rappresentata dallo Stalker.

Il film è ininterrottamente teso a questo confronto, attraverso dialoghi complessi e magnifici spesso più importanti della trama stessa, ma anche attraverso l’interpretazione della macchina da presa, dove elementi piuttosto semplici (come la pioggia, il fuoco, la natura) vengono visti dallo spettatore come qualcosa di nuovo e misterioso, assumendo un impatto emotivo quasi impossibile.
In questo straordinario miracolo che compie il regista, dove l’ovvio e naturale diviene qualcosa di nuovo, la Zona altro non è che “la vita: attraversandola l’uomo o si spezza o resiste. -dice Tarkovskij stesso- Se l’uomo resisterà dipende dal suo sentimento della propria dignità, dalla sua capacità di distinguere il fondamentale dal passeggero”. E Stalker diviene così un film realista, teso a trattare la verità.

Un punto di vista filosofico, quindi, ma filtrato attraverso occhi poetici e con un acuto sentire spirituale.

In questa Zona/Vita, mi piace pensare che la stanza che esaudisce i desideri stia a Tarkovskij come il monolite a Kubrick. Ambedue sono l’estremo mistero, l’inconoscibile, da una parte la superficie nera opaca che non riflette e attraverso cui non si può vedere, dall’altra la soglia della stanza inquadrata non a caso lateralmente, senza svelarne il contenuto. Entrambi i film sono un percorso iniziatico alla ricerca di una verità profonda, un percorso di comprensione del legame fra l’uomo e l’esistenza.

 

Una scolaresca indaga la morte

La classe morta – Tadeusz Kantor

tadeusz kantor
Come seconda opera ho voluto spostare l’attenzione su un ambito diverso, il teatro. Scegliendo un regista che amo molto, il polacco Tadeusz Kantor, e tentando di presentare una delle opere più importanti e difficili (ma non altrettanto conosciute) del 900 teatrale, ovvero La Classe Morta.
Ci troviamo di fronte ad una vecchia e polverosa aula scolastica, popolata da una scolaresca di vecchi che, sulle spalle, portano manichini di bambini. Il loro sé giovane, quel doppio che è il peso del loro passato, quasi fosse un’escrescenza necrotica. Qualcosa da cui non si può prescindere, ma comunque perduto.
La classe torna ad affrontare le ritualità, gli scherzi, la spudoratezza, i meccanismi quasi meccanici di questo passato scolastico. E lo spettacolo infatti inizia con un’interrogazione, dove ogni studente additato dall’insegnante si accascia a terra.
Eppure, in questo ripetersi, il meccanismo salta, le azioni si sfasano diventando via via sempre più grottesche. La quotidianità è caduca, va mano a mano sfaldandosi. I personaggi non sono più entità singole, ma avviene uno spostamento di identità da uno all’altro. Come se questi fossero pazzi (o attori) o fossero posseduti volta per volta da entità diverse o diverse rievocazioni del ricordo. Sono un collage di residui d’infanzia, costantemente assemblato e ri-scomposto.
Kantor affronta con quest’opera (e con tutta la sua opera in realtà, con la sua stessa stilistica teatrale, che denomina non a caso Teatro della morte) il senso della memoria, associandolo costantemente alla morte, alla guerra, alla seduta spiritica, alla decadenza ed al macabro.

E questo spettacolo diviene quindi un’indagine proprio sulla morte nelle sue sfaccettature più estreme.

Il teatro -dice Kantor- (…) è il luogo che rivela le tracce del passaggio dall’altra parte alla nostra vita
E, in questo senso trasfigurale, il Ripetente diventa anche il Distributore di manifesti funebri, la Donna delle pulizie, con quella sua scopa-falce, è anche la Morte. Che porterà in scena, dopo un grottesco rituale del parto, quella Culla meccanica così simile ad una bara, che meccanicamente fa cozzare fra loro due sfere metalliche creando un suono agghiacciante. Nascita e morte, ciclicamente, due elementi complementari in questo circo chiassoso ed inquietante.
Un’opera che, straordinariamente, supera le intenzioni del suo stesso creatore, facendo vivere al suo interno significati che neppure Kantor ipotizzava.

 

Sulla musica anti-umana

Of Natural History – Sleepytime Gorilla Museum

Of Natural History - Sleepytime Gorilla Museum
Sleepytime Gorilla Museum: un bizzarro nome mutuato da un movimento avanguardistico pressoché sconosciuto che nasce ad inizio novecento.
Sotto questo nome troviamo un collettivo musicale, ultima trasformazione delle esperienze degli Acid Rain e degli Idiot Flesh, che inneggia Rock against Rock: ricostruire il rock distruggendolo. In questo percorso di avanguardia, Of Natural History è apice e summa.
Il gruppo impara tutte le lezioni, il polimorfismo di Frank Zappa, le allucinazioni più nere di John Zorn (non a caso la violinista, Carla Kihlstedt, è una sua collaboratrice), le tessiture più rock dei King Crimson, l’assemblaggio estremo dei Mr Bungle. A questo aggiunge irregolari ritmiche dalla sonorità industrial, strumenti antichi e creati ad uopo, aggressività metal su di un’attitudine progressive, nenie infantili, campionature improbabili, ironia contrapposta ad un’opprimente inquietudine.

Benvenuti in una terra di nessuno, dove non è possibile tener traccia del percorso.

Il filo si spezza già dalla seconda traccia (The Donkey-Headed Adversary of Humanity Opens The Discussion) e scopriamo di esserci persi e senza difese, procediamo alla cieca e attorno a noi il paesaggio cambia costantemente senza alcuna regola. Troveremo inferni sonori, deliziosi momenti corali e teatrali, strane forme tribali, contrasti estremi e lame sonore.
Ma la complessità tremendamente ambiziosa del gruppo non è racchiusa semplicemente alla musica, comprende lo stesso concept. Of Natural History è un disco ecologista, o meglio ancora anti-umano. La base di partenza sono le teorie di John Kane, secondo cui l’umanità tende ad assimilare i modelli delle creature inferiori, per arrivare a definire le implicazioni apocalittiche della presenza umana sulla terra attraverso personaggi e storie paradossali. Fino a far sfociare il tutto nel sarcastico dialogo finale con uno scarafaggio (Cockroach).
Of Natural History merita forse più di ogni altro album di essere definito experimental rock (termine che normalmente trovo abusato), un capolavoro disturbante che riesce davvero a creare una musica nuova.

 

Un caleidoscopio di esistenze

Sacro GRA – Gianfranco Rosi

Sacro GRA Gianfranco Rosi
E’ possibile che la scelta di inserire Sacro GRA in questa selezione di opere mi venga criticata. Il primo documentario che ha vinto il Leone d’oro al miglior film è infatti stato visto in modo piuttosto dubbioso dalla critica cinematografica. Non un film, non nei canoni di un documentario e di un reportage sociale, sembra privilegiare la poesia alla realtà (e in questo senso personalmente trovo una vicinanza allo sguardo documentaristico di Silvano Agosti).
Eppure Sacro GRA è un’opera a mio avviso molto importante, che si confronta con la natura umana stessa.
Roma, Grande Raccordo Anulare (il GRA), seguiamo alcune esistenze marginali: un paramedico, un nobile impoverito che divide un monolocale con la figlia, un pescatore di anguille, un botanico che lotta per la sopravvivenza delle palme, un tenutario che affitta la propria villa come set per foto-romanzi, due prostitute. Piccoli mondi invisibili ai più, attorniati dal frastuono ininterrotto delle automobili della più vasta area autostradale d’Italia. Due anni di lavorazione, due anni girando su di un mini-van, Rosi incrocia queste vite con lo sguardo oggettivo della macchina da presa e lo sguardo partecipe del regista. Crea ossimori. Gioca con il narcisismo di chi si lascia filmare, mantenendo una complicità di fondo.

Conferisce una bellezza desolante ai suoi personaggi.

Accosta i fedeli al Divino Amore, che in un’eclissi vedono la Madonna, ai punteruoli rossi che infestano le palme.
Il risultato è un documentario composto da film intrecciati, dove i generi si sovrappongono, uno strumento ottico che frammenta le esistenze creando forme nuove. Tutto avviene sotto l’ombra fra il metafisico e l’iper-realismo di questo ambiente anti-umano che è il grande raccordo anulare.
E’ chiaro che questa realtà dei margini è un discorso che tende ad allargarsi creando un paesaggio umano, che ci tocca indagando in qualche modo ciascuno di noi. Un luogo sacro in attesa della rivelazione.

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