La mia testa è fatta dello stesso materiale del sole – Upstream color di Shane Carruth

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Esistono film in grado di elevarsi oltre il mezzo cinematografico per diventare archetipici, esprimendo in sé qualcosa di trascendente rispetto alle stesse intenzioni dei loro creatori. Film che contengono intuizioni che possono essere continuamente interpretate dallo spettatore, rendendoli opere universali. O almeno questa è sempre stata la mia opinione. Penso ad una rosa di capolavori: L’angelo sterminatore di Luis Buñuel, 8 e 1/2 di Federico Fellini, Stalker di Andrej Arsen’evič Tarkovskij, 2001 Odissea nello spazio di Stanley Kubrick, Inland Empire di David Lynch. Upstream color di Shane Carruth entra per me di diritto in questo gruppo.

Il film

Il perché è naturalmente difficile da spiegare come può esserlo spiegare questo film. Ad una prima occhiata, Upstream color non somiglia ad altro che possiate aver visto: una regia nervosa, quasi stridente nel rendere non lineari persino passaggi consequenziali. Una sinestesia ipnotica, quasi estatica. La ricerca di mezzi espressivi a tratti impressionisti. Il ruolo predominante del suono, al punto da erigerlo ad elemento fondante del film. Certo, potrete trovare risonanze con The Tree of Life di Malick, personaggi enigmatici che echeggiano Lynch, l’uso della carne che si lega in qualche misura a Cronemberg… Ma in verità sarebbe sviante trovare analogie. Semplicemente trascende, per generi e similitudini. Carruth crea un’opera di sofisticata ingegneria, non è un caso che cominci lavorando come matematico e sviluppatore di simulatori di volo. Ma, a differenza del suo teorico Primer, aggiunge un’anima quasi spirituale, sacrale. Cura meticolosamente ogni più piccolo dettaglio: regia, fotografia, montaggio, sceneggiatura, musiche, produzione, distribuzione, ruolo coprotagonista. Dichiara che la narrazione dev’essere “un’esplorazione di qualcosa di comune e universale, proprio come la verità“. Ed è ciò che vuole trasmettere con la sua opera. Riesce in questo intento? Per chi scrive sì. Il suo film è difficile e complesso, certo, ma rasenta la perfezione.

Costringe lo spettatore ad un vero atto di fede, mesmerizzandone i sensi, coinvolgendolo in una realtà che può esistere plausibilmente solo nella dimensione di questo film.

Maiali, stati alterati della percezione, vermi, amore, campionatura del suono, orchidee, destino… Non è un caso che, definendo a parole gli argomenti trattati e i rapporti fra gli elementi, essi sembrino totalmente ridicoli. Cosa che non sono affatto, nella realtà del film. E, alla fine della comprensione e del coinvolgimento, essi arrivano a toccare corde universali.

Di cosa parla Upseat color, quindi? Apparentemente parla del misterioso rapimento di una ragazza e del suo successivo incontro con un uomo con cui scopre di avere legami inspiegabili. Come detto, apparentemente, perché in realtà parla del ciclo di un parassita (ed anche qui torniamo a quell’apparente nota di ridicolo). Ma per comprenderlo davvero dovrete arrivare alla fine del film, prestare attenzione ai ruoli dichiarati nei titoli di coda e riguardare le prime scene. Il consiglio a questo punto è di proseguire con una seconda visione, ma sta a voi. Avrete capito che non tutto è svelato, occorre un certo grado di attenzione per cogliere realmente il discorso. Ma vi assicuro che, come in un puzzle, tutti i pezzi possono essere ricomposti.
Non è strano quindi che, come già fatto per Casa di Foglie, valga la pena analizzare assieme i vari passaggi e cercare di dare un’interpretazione. D’altra parte, chi ha letto i miei articoli finora avrà già capito che ho un debole per ciò che è misterioso, oscuro e di difficile comprensione… Quindi è sempre una piacevole sfida cercare di venire a capo di qualcosa di a tal punto complesso. Ovviamente consiglio a chi non ha visto il film di proseguire la lettura solo dopo la visione.

La spiegazione

Come detto, il film è la rappresentazione di un ciclo parassitario che viene spezzato. Per comprenderlo è indispensabile quindi delimitare le fasi di questo ciclo e chiarire i ruoli di chi soprassiede a ciascuna fase.
Prima fase: Kris viene rapita dal Ladro (così accreditato nei titoli di coda), il quale le somministra una larva parassita che la rende manipolabile, quindi le fa compiere gesti ripetitivi ed apparentemente insensati per mantenerla in uno stato di ipnosi. Questo gli permette di farsi intestare una serie di assegni. Conclusa l’operazione le concede di mangiare, cosa che fa crescere la larva nel suo corpo.
Questo è lo stesso trattamento subito da Jeff e dagli altri rapiti.
Seconda fase: il Campionatore richiama le vittime (usando una pratica reale tramite ultrasuoni), estrae il verme e lo trapianta nei maiali. Questo crea un legame fra ciascuna vittima ed il relativo maiale. E consente al Campionatore di spiare le vite delle persone semplicemente avvicinandosi al relativo animale. E’ questo ad ispirare le sue musiche, motivo per cui le vittime vengono accreditate come i Campionati.
Il legame fra vittima e maiale non si limita a questo. I due opposti si influenzano reciprocamente. Lo possiamo vedere ricorrentemente nel film: l’avvicinamento dei due maiali corrispettivi porta Kris e Jeff ad avvicinarsi e provare attrazione reciproca. Allo stesso modo, Kris si convince di essere incinta perché lo è il relativo maiale. Quando il Campionatore preleva i cuccioli, questo si riflette nelle vite dei protagonisti portandoli ad uno stato di paura e rabbia che culmina nel loro nascondersi dentro la vasca da bagno.
Terza fase: dopo che il Campionatore uccide i cuccioli di maiale e li getta nel fiume, dai corpi in decomposizione fuoriesce il parassita che penetra nelle orchidee, dandogli il colore blu. Le raccoglitrici di orchidee (Orchidea Madre e Orchidea Figlia nei crediti) raccolgono i rari fiori per venderli. Sono quelle comperate dal Ladro all’inizio del film, dalle quali si procura il parassita.
Il ciclo verme-maiale-orchidea viene spezzato alla conclusione, quando le vittime si ricongiungono ai loro rispettivi maiali ristrutturando la fattoria.

L’interpretazione

Upsteam color è senza dubbio un film sull’identità e su ciò che la compone. L’uso bizzarro e complesso di immagini e narrativa lo rende fondamentalmente un esperimento espressionista, nel comunicare i suoi concetti. Un film sicuramente da percepire, anzitutto.
Forse, però, la linea più sottile che attraversa il film è il sentimento di inesplicabile. Quella forma di mistero che a tratti ci coinvolge tutti, che avvolge alcuni nostri comportamenti quotidiani. Siamo davvero e costantemente noi? Cosa influenza le nostre azioni? Cosa regola certe coincidenze? Parte del discorso di Carruth è legato alla natura, a come essa si mantenga un mistero per l’uomo nonostante il nostro livello di progresso. Questo ciclo parassitario che rappresenta e che spezza, da un lato appare quasi un mistero biologico. Come lo sono le reazioni al suono. E noi ne siamo in balia, nonostante sia a livello inconscio. Come se ci fosse solo una tenda -per citare la scena della vasca da bagno- a dividerci e proteggerci da ciò che ci è sconosciuto. Questo sconosciuto, questo inconoscibile, ha naturalmente un valore più universale. In questo senso assimilabile all’estremo mistero già citato nella stanza di Stalker e nel monolite di 2001 Odissea nello spazio.
Il finale può certamente essere letto come un riscatto, la possibilità di riprendere in mano il proprio destino. Eppure non è riconciliatorio come può sembrare. Ad essere ucciso è il Campionatore -non necessariamente un personaggio malevolo- scambiato da Kris per il Ladro. Non è un elemento da sottovalutare, essendo lo stesso Carruth ad averlo sottolineato. Nel ciclo nessuno dei tre elementi scatenanti (Ladro, Campionatore, Raccoglitrici) si interessa al successivo, ciascuno coglie la propria opportunità quasi come uno stato di natura. Se il Ladro è dichiaratamente malevolo, le Raccoglitrici non lo sono. Questo rende il ciclo qualcosa di maggiormente astratto, non per forza ascrivibile a condizioni morali. Il finale ci avverte che questo ciclo è spezzato, ma Kris, ritenendo colpevole il Campionatore, non compie la scelta giusta. La dissonanza è fra come il film presenta il suo finale e ciò a cui realmente stiamo assistendo, e sembra dirci che non c’è stata alcuna reale risoluzione. Le vittime non sono più nascoste dietro ad una tenda, ma ciò che è sconosciuto è ancora là fuori, oltre le mura della fattoria.

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